giovedì 20 febbraio 2014

Il Bacio di Arlecchino




                                                                                           "Quando ti bacio, posso assaggiare la                                                                                           vostra   anima." (Terry Guilleme)

        In questo periodo carnevalesco, mi chiedo come passerò le giornate con le ondate di gelo tra le strette strade del borgo medioevale di Cornello dei Tasso, in cui abito. Temo che finirò senz'altro per trascorrere il tempo come sempre: con la noiosa festa da ballo, con i soliti quattro amici e con tanta gente così insignificante nel modo di essere e così chiusa nel suo giro di conoscenze da riuscire a rendere l'ambiente del locale incredibilmente monotono e ostile. 
Per fortuna, vivo nel cuore della Lombardia, tra questi meravigliosi vicoli, chiese e piazzette rustiche delle antiche località del bergamasco, disseminati nella verde valle Brembana. Queste stradine sono continuamente attraversate, in questi giorni di festa, da originali maschere in stile veneziano che s’intonano perfettamente con i ponticelli, le arcate dei porticati e i mattoncini delle case d'epoca. I costumi carnevaleschi, durante le serate danzanti o gli spettacoli teatrali, calzano perfettamente con l'architettura medioevale in un modo molto tradizionale e vivace che sembra quasi di vedere tanti quadri in movimento, appesi a muri multiformi.
Stranamente tra quei mascherati si avvicina   una coppia di fidanzati con abiti d’epoca che mi guarda dritto negli occhi, come se mi conoscessero o come se volessero dirmi qualcosa di molto importante. Dopo qualche minuto  si allontanano mano per la mano, senza salutarmi. Hanno un’aria molto strana. Forse devono avermi scambiato per qualcun altro, prima di dileguarsi nella folla. Quei volti mascherati, però, ricordo di averli visti da qualche parte ma non so bene dove. Ecco, adesso rammento. Somigliano molto a dei personaggi presenti in un ballo in maschera, raffigurato in un vecchio arazzo di un’antica taverna, gestita dai miei antenati di cui non so quasi nulla. E’ davvero un’incomprensibile coincidenza.
Anche se l'inverno non è ancora finito , non mancano alcuni gradevoli e improvvisi leggeri colpi di soli primaverili che lasciano però il posto a freddi venticelli, purtroppo sempre frequenti in un cielo grigiastro. A tarda sera, noto dalla finestra appannata di casa mia la luce blu e lampeggiante di un' ambulanza non molto lontana. Mi avvicino fino a poggiare il naso sul vetro ma non riesco a vedere bene; allora giro la maniglia e apro la finestra per osservare quello che accade, ma appena guardo fuori mi accorgo che non c'è più nulla anche se noto solo una maschera bianca che ritrae un viso femminile. Il volto di plastica giace su una strada bagnata da una    leggera pioggia e coperta di coriandoli, in un  incrocio un po’ oscuro e solitario, illuminato dalla debole luce di un lampione abbandonato. Mi chiedo se  sia stato un grave incidente e spero che non sia successo niente di brutto alla vittima. 
Proprio quando sto chiudendo la finestra intravedo qualcuno mascherato giungere dalla strada. Indossa l'abito di Arlecchino e piano piano cammina verso la maschera rimasta sulla strada. Si ferma e la osserva pietrificato per una decina di secondi. Dal modo in cui si muove sembra spaventato. Arlecchino tocca alcune macchie di sangue schizzate sull'asfalto e poi barcollando un po' sfiora con le dita il viso della bianca maschera come se volesse accarezzarla. 
Rimango sorpreso per quello che vedo e penso che quell'uomo sia davvero un po’ strano. Non posso andarmene e lasciare che quel matto continui a stare lì. Provo, quindi, a chiedergli:  “Ma cosa stai facendo? Chi diavolo sei?” 
Arlecchino si trattiene  un attimo e tremante alza la testa verso di me,  ma non riesco a riconoscerlo perché il suo viso è coperto fino al mento da una maschera nera che rappresenta un viso grottesco. Come se non avessi detto nulla, il misterioso Arlecchino si volta di nuovo in basso e torna a guardare fisso quella maschera macchiata di sangue. La gocce d'acqua della pioggia rendono le macchie simili a delle lacrime rosse che scendono dalla cavità nera dei grandi occhi della maschera bianca fino alle guance , in un contrasto cromatico poetico e tenebroso allo stesso tempo. 
Trascorso qualche minuto, succede qualcosa di imprevisto . Arlecchino china la testa fino al punto che  la sua maschera nera si avvicina molto  a quella bianca. Lentamente, egli poggia le sue labbra su quelle della maschera e la bacia dolcemente, così intensamente e durevolmente da esprimere una gelida e triste tenerezza. 
Voglio immortalare con il mio cellulare questa scena molto rara, piena di magica suggestione. Anche se non sono pratico voglio provare a riprendere ugualmente per alcuni secondi gli ultimi attimi di quel, come dire,  bacio della morte. Arlecchino si alza e  si allontana  senza voltarsi ; sembra quasi di vederlo scomparire.
Quando scarico il video sul computer mi rendo conto che nella ripresa mancano i protagonisti di quel  momento tenebroso.  Vedo solo una strada  vuota dove non piove più. E’ come se Arlecchino e la maschera  fossero svaniti. A questo punto sono curioso di andare ad affacciarmi alla finestra per comprendere bene quello che ho visto pochi minuti fa. Questa volta non mi trovo di fronte a una scena romantica ma davanti a una scritta fatta con la schiuma da barba, dove leggo una frase di Poe che dichiara :Ci sono alcuni segreti che non si lasciano svelare.

 









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